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Adriano Olivetti e le Edizioni di Comunità
Contributo video dall’Archivio Ufficio Stampa Fondazione Adriano Olivetti
Pubblicato il 18 Apr 2008
Il Quaderno 57 della Fondazione Adriano Olivetti è curato da Beniamino de’ Liguori Carino ed ha per titolo "Adriano Olivetti e le Edizioni di Comunità". Estratto dall’Introduzione di Domenico De Masi:
È quasi impossibile trasportare il lettore di oggi nel clima culturale dell’Italia in cui operò Adriano Olivetti. Tutto ciò che a lui più interessava -- sul piano teorico la sociologia, la filosofia sociale, l’etica, l’estetica; sul piano pratico la produzione moderna, il riformismo, la partecipazione dei lavoratori, la pianificazione territoriale, l’architettura contemporanea, il design -- era ancora sconosciuto nel nostro paese. Tra datori di lavoro e sindacati persisteva una contrapposizione irriducibile; la politica era marcata dalla dicotomia tra interclassisimo cattolico e lotta di classe comunista; la cultura ricalcava questa dicotomia nel cinema e nella letteratura; l’impresa era inchiodata a relazioni industriali paternaliste nel migliore dei casi; l’estetica indugiava nel cattivo gusto degli ingenui stilemi nazional-popolari. In questo clima complessivo Adriano Olivetti fece una morbida irruzione, regalando all’industria italiana un primato di tecnologie avanzate, di raffinatezza formale, di civile convivenza. Le Edizioni di Comunità e la rivista «Comunità» furono paradigma e specchio di tutto questo. Il formato, la grafica, il contenuto: tutto rompeva con la cultura vigente, aprendo strade inedite. Testi come quelli di Simone Weil sulla vita operaia, o di Raymond Aron sul rapporto tra Occidente e Unione Sovietica, o di Roethlisberger sulla coesione di gruppo nelle fabbriche; classici come Weber e Durkheim, Tönnies e Lynd introduceva-
no luminose visioni divergenti nella palude editoriale di un paese che il Fascismo aveva separato per venti anni dal progresso dello spirito. E ogni volta che il postino consegnava il quadrato di polistirolo in cui era custodita la rivista «Comunità», si rinnovava un commosso rito di iniziazione a un universo sociologico ed estetico di cui quella rivista schiudeva le porte e forniva la mappa. Su quei testi un’intera generazione di giovani studiosi apprese tutto ciò che altrove era stato elaborato intorno alle moderne relazioni industriali, all’architettura contemporanea, al rapporto tra lavoro e vita, tra comunità integrata e società di massa. Forse nessun libro, tra tutti quelli pubblicati dalle Edizioni volute da Adriano Olivetti, è altrettanto paradigmatico quanto Gemainshaft und Geselleshaft di Tönnies. Qui la comunità calda, protettiva, sanguigna, confortante, ma anche lenta, bigotta, sospettosa, oppressiva, tradizionalista, era contrapposta alla società fredda, impersonale, alienante, ma anche dinamica, tecnologica, pratica, innovativa. Le Edizioni di Comunità fornivano il supporto concettuale al sogno di Adriano: conciliare comunità e società, rendendo dinamica la vita contadina e affettiva la vita operaia. Le Edizioni di Comunità rappresentano un corpus coerente di pensiero modernizzatore, capace di collegare la pratica industriale e urbanistica alla teoria riformista e progressista. È perciò impossibile parlare di questo corpus editoriale senza sintetizzare cosa è stata l’azione concreta di Adriano Olivetti.