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Per Sergio Ristuccia, nel trigesimo.
05 febbraio 2015
Sergio Ristuccia ci ha lasciato lo scorso 5 gennaio e con lui se ne va un tassello importante della storia della Fondazione Adriano Olivetti. 

Una storia che parte da una lettera che Ristuccia scrisse alla redazione della rivista Comunità e che venne pubblicata, insieme con la risposta di Geno Pampaloni, nella rubrica “Punti per un dibattito”. Era il 1956 e fu così che il ventitreenne Ristuccia conobbe Adriano Olivetti, in procinto di candidarsi con il Movimento Comunità alle elezioni del 1958 ed entrò in contatto con il mondo olivettiano che segnò la sua carriera, fatta di molto altro, ma spesso ricondotta a quell’esperienza.

Alla fine degli anni Cinquanta Sergio Ristuccia era un giovane intellettuale cattolico a cui Adriano Olivetti chiese di contribuire alla costruzione di un nuovo movimento cristiano-sociale e per questo che gli indicò di seguire Massimo Fichera, suo fidato collaboratore del Movimento nel Canavese, con il quale strinse un rapporto di profonda amicizia e stima. 
Alla morte di Adriano, la Famiglia ed i collaboratori più stretti, che avevano la volontà di costituire la Fondazione Adriano Olivetti, affidarono proprio a Massimo Fichera il compito di organizzarne la struttura progettuale e lo nominarono Segretario Generale, ruolo che ricoprì fino al 1975. Così il giovane Ristuccia affiancò il Segretariato di Fichera ed in seguito fu indicato come naturale successore fino al 1987.

Il mandato di Sergio Ristuccia fu originale nella storia della Fondazione sia per durata, sia soprattutto per la mole di lavoro, pur essendo il suo un lavoro che amava definire scherzosamente part time. Sergio Ristuccia amava sorridere sulle cose, sulla vita, persino sulla malattia che negli ultimi anni lo aveva colto e di cui parlava con la disinvoltura con cui si parla di un nemico non solo da combattere, ma con il quale imparare a convivere.

Come si può raccontare il valore di un uomo, prima che di un professionista, che ha accompagnato la storia della Fondazione ed ha contribuito al raggiungimento della sua missione. La soluzione più semplice è quella di affidare il suo ritratto a quello che egli stesso fece nell’intervista raccolta nel 2009 sulla storia della Fondazione durante il suo mandato. Le sue parole sono certo le migliori per restituire il profilo morale, intellettuale ed anche molto pratico che ha lasciato come un segno indelebile nella vita della nostra Fondazione.

Ma forse nel racconto, qualcosa è sfuggito a Ristuccia stesso. Quel qualcosa che solo coloro che rimangono in vita possono cogliere. Quel qualcosa che va al di là dei molti libri scritti, dei progetti promossi, dei suoi “punti per un dibattito” scritti o pronunciati, sempre profondi e continui. Quel qualcosa che comincia proprio nel punto in cui altro finisce. "Si lascia ad altri quel che non si porta con sé” diceva Barbara Spinelli in un bellissimo articolo su La Repubblica di qualche anno fa in cui prosegue: “L´eredità non è lanciata per aria, ma bisogna toccare con mano, pensare, l’umanità dopo di noi. La trasmissione avviene in speciali zone di scambio, creando quel particolare alternarsi di distensione e tensione che caratterizza la gara di staffetta. Comunemente, ereditare rinvia alle cose di cui ci si impossessa, per amore o avidità. Altro è tuttavia il significato di eredità. La parola rinvia a chèros, che in greco significa vuoto, privo, deserto. Di conseguenza ereditare non è impossessarsi, ma un esperire il vuoto, la separazione, la vedovanza".

Così ci sentiamo oggi pronti a continuare una corsa che senza Ristuccia non avremmo potuto neanche iniziare.


Roma, 5 febbraio 2015

La Presidente, il Consiglio di Amministrazione, il Centro Studi, i dipendenti e i collaboratori, tutti, della Fondazione Adriano Olivetti.